Dagli scontri combattuti a bastonate che si infrangono su scudi di vimini fino alle cariche di fanteria corazzata dietro i carri armati, mentre l’artiglieria martella bunker e trincee, proiettili e schegge mordono e straziano le carni, una cosa accomuna migliaia di anni di conflitto. L’essere disposti a combattere. Quando questo viene meno da una delle due parti, la battaglia finisce e inizia il massacro. Il maggior numero di morti, prigionieri e feriti avviene proprio durante questo crollo di morale. È più facile e sicuro uccidere un uomo di schiena mentre non ti sta sparando addosso o non ti sta cercando di infilzare.

Naturalmente tecnologia e superiorità numerica sono sempre critiche in guerra, ma l’universo Barocco è multipolare, con potenze che dispongono di forze d’urto sbilanciate ma simili. Battaglie in inferiorità numerica e tecnologica sono state vinte in barba alla statistica. Perfino nello spazio dove i suoni non si propagano, e non c’è modo di vedere cosa sta succedendo da parte degli uomini, se non i pochi presenti in sala comando, non è stato compreso a fondo dagli strateghi delle flotte delle Nazioni Colonizzatrici.
Le battaglie spaziali infatti sono sempre state raccontate dagli storici militari come partite a scacchi. Astuti comandanti che prevedono le mosse avversarie anticipandole e neutralizzandole grazie al loro genio per poi dare la stoccata decisiva a un incredulo duellante. Viste da fuori, a cose fatte e concluse, questo è quello che possono sembrare. In effetti sulla scacchiera la regina è sempre più versatile di un pedone e un alfiere o una torre non molleranno la posizione se il giocatore che li muove non lo desidererà. Per finire, un cavallo non esiterà a farsi mangiare al fine di dare lo scacco matto al Re e vincere la partita. Non è detto che una nave dall’equipaggio di centinaia di uomini sia disposta a fare altrettanto.

La realtà è leggermente diversa da una partita a scacchi. L’illusione di fornire ordini precisi tramite la rigida catena di comando tenendo gli uomini ai motori all’oscuro di un incendio o gli addetti agli scudi di una bordata imminente si disgrega con quella sensazione impercettibile che anche il mozzo più inesperto annusa nell’aria. L’incertezza che matura nella paura e sfocia nel panico che si diffonde come un incendio tra arbusti secchi. Quello che dovrebbe essere una macchina perfettamente oliata si inceppa. La risposta è più lenta, i cannoni sparano in ritardo e la traiettoria non è più allineata al vettore desiderato. E se il problema non viene arginato si trasforma in catastrofe.
Quello che succede dentro un singolo vascello, se non vengono prese adeguate contromisure, può estendersi all’intera flotta. Navi alleate perdono coordinazione arrivando a intralciarsi l’un l’altra, mettendosi tra le linee di tiro o mancando il colpo decisivo nello sconforto generale fino a quando il primo capitano che non vuole incontrare anzitempo Dio Universale decide che ne ha abbastanza e abbandona il campo di battaglia. Lui e quelli che lo seguiranno, saranno probabilmente sterminati senza pietà dai vincitori. Dare la schiena (o i motori) a un avversario è quanto di peggio si possa fare, a meno che si voglia passare allo stato di cadavere in raffreddamento (o in un ammasso di metallo annerito alla deriva).
L’unica cosa che può arginare il panico è la disciplina, la pratica per cui la ragione cerca di soffocare quella parte di cervello primitivo legato alla sopravvivenza. Tramite l’addestramento e il sangue freddo di alcuni ufficiali è stato possibile limitare le perdite o ribaltare le sorti di una battaglia. In alternativa è anche possibile che agli uomini torni la voglia di combattere se sono messi con le spalle al muro, il ché può macchiare con un bagno di sangue una facile vittoria. Per questo motivo i comandanti più scaltri lasciano sempre una via di fuga all’esercito sconfitto.
In figura in alto ì, generata con Midjourney, il collasso del fronte settentrionale fiammingo contro il cuneo dell’esercito portoghese.